Recensione di Adriana Spera
Se nel 1977 lo slogan del movimento degli studenti era "La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!", oggi ad avere quel ruolo per sconfiggere il potere e la sua sottocultura dominante - che esalta la forza, il merito, la prestazione dell’individuo, di un individuo solo contro tutti - potrebbe esserci la fragilità degli schiavizzati del nostro tempo. Insomma, continuando a tagliare diritti si arriverà a un punto di non ritorno in cui le vittime del sistema capitalistico, non avendo più nulla da perdere, potrebbero ribellarsi e ribaltare il sistema stesso, questa, al fondo, la teoria della fragilità secondo Roberto Gramiccia, scrittore dagli svariati interessi che sa tradurre sempre in opere da cui v’è molto da imparare.
Dopo il suo Elogio della fragilità del 2016, pubblicato per i tipi di Mimesis, in cui si era interrogato sui fragili, chiedendosi se chi è fragile è destinato a soccombere e se la fragilità fosse una condanna, arrivando a concludere, invece, che la fragilità può essere una risorsa che aiuta a combattere contro le ingiustizie e i dolori della vita, che stimola la creatività e la riflessione. Osservando la realtà attuale, il nostro autore arrivava anche a scorgere una minaccia: la rassegnazione, che trasforma la fragilità in inerzia, che genera il servilismo e le condizioni ideali per la schiavizzazione. Per tornare ad essere liberi è giunto il momento di trasformare la fragilità in forza creativa e rivoluzionaria.
Interrogativi profondi cui Roberto Gramiccia è portato anche dalla sua esperienza di vita: medico, scrittore e critico d’arte, cresciuto in un quartiere ultrapopolare di Roma, si è formato in uno dei licei dell’élite capitolina, studi universitari alla Sapienza in anni di grandi battaglie politiche, ha poi incontrato i più grandi artisti contemporanei, delle cui opere è uno dei massimi esperti.
Chi conosce Roberto sa quanto la sua esperienza di medico abbia influito sul suo essere così eclettico, come spesso racconta e scrive anche nella sua Teoria della fragilità: “In clinica, come nella vita, ho visto che la fragilità non è un incidente ma la nostra condizione costitutiva. L’uomo è un essere carente, come scriveva Arnold Gehlen: privo di un istinto che lo guidi, vulnerabile alla natura, costretto a inventare cultura e tecnica per sopravvivere. È fragile prima ancora di essere forte, e proprio da quella mancanza scaturisce la sua creatività, la sua umanità, la sua possibilità di trasformare il mondo”.
Ora, Gramiccia con questo suo ultimo libro, scritto in collaborazione con Ginevra Amodio, allarga e sistematizza il suo pensiero in un saggio in chiave marxista sul tema della fragilità, esaminandone approfonditamente tutte le sue sfaccettature, partendo da un’amplissima base teorica, che va da Marx a Gramsci, dai filosofi dell’antichità a quelli più attuali. Non si tratta di un trattato filosofico ma bensì di un vero e proprio trattato che intreccia un’analisi politica a riflessioni filosofiche, mediche, antropologiche, oltre che su arte, storia e letteratura.
Vladimiro Giacchè nella sua introduzione, giustamente definisce questo testo: “un contributo importante al recupero del potenziale semantico e critico del termine”, fragilità, “un aspetto ontologicamente costitutivo dell’essere umano”. Siamo tutti fragili, ma è proprio nella fragilità che può essere racchiusa la spinta, la forza per il cambiamento, per il ribaltamento delle realtà peggiori.
“Se c’è una parola che non mette in imbarazzo nessuno, questa parola è 'fragilità'.– scrive Gramiccia – Tutti pensano di sapere che cosa significa e di fronte a essa si pongono in modo ipotonico, rilassato. Con una postura che, a seconda dei casi, sarà: censoria, pietosa, irridente, tollerante; tutti aggettivi il cui senso non sfiora nemmeno la spaventosa complessità di un lemma che attiene – niente di meno – all’essenza della natura umana. Cambia, ovviamente, il modo di manifestarsi di questa condizione che è storicamente determinato e muta con il variare delle circostanze che ne modellano la morfogenesi e la patomorfosi. Ma non muta quella sensazione di inadeguatezza che, dall’inizio del mondo, l’uomo e la donna sperimentano nei confronti della natura, della vita e, soprattutto dell’angoscia della morte”.
Insomma, quello che in Aristotele e poi nella cultura greca era il thauma, la paura della morte, condiziona la nostra vita e tutta la storia dell’uomo, la sua cultura, le sue scoperte, come ci ricorda il filosofo Emanuele Severino.
“Il thauma, a sua volta, procede dalla fragilità che, di conseguenza, risulta essere all’origine di ogni cosa. – scrivono i nostri autori, che aggiungono – Parafrasando Cartesio, Cogito ergo sum diventa Fragile ergo sum perché tutto quello che da noi deriva è frutto del senso di inabilità di cui siamo impastati e al quale reagiamo, consapevolmente o meno”.
Nessuno po' sfuggire alla fragilità, neppure i potenti, a dimostrazione che siamo tutti uguali, tutti fragili di fronte alla vita e, soprattutto, di fronte alla morte. Semplicemente, la fragilità si esprime in modi diversi a seconda delle condizioni sociali, storiche e individuali.
Se la lotta di classe scaturisce dalla fragilità sociale ribelle, esiste, anche una fragilità sociale passiva e rassegnata che consolida lo status quo anche quando esso sia contrario alla difesa e allo sviluppo degli interessi generali, della giustizia e della libertà possibile. Parallelamente alla fragilità sociale, “anche quella individuale può essere attiva (ribelle) o passiva (rassegnata), condizionando in modo determinante il corso della vita di ciascuno” ma essa non necessariamente si trasforma in forza di cambiamento e di progresso, come può accadere per la fragilità sociale.
Il libro è completato da una galleria di 27 fragili eroi che sono “lì a dimostrare che anche le condizioni più estreme di bisogno e di prostrazione possono fecondare le ragioni della rivolta e della rinascita”. Se così non fosse, ad esempio, Garrincha non sarebbe mai diventato l’ala destra più forte della storia del calcio, zoppo com’era a causa della poliomielite, a dimostrazione che talvolta da un limite può scaturire una catena di eventi, individuali o pubblici, imprevedibili e straordinari.
Oggi la fragilità passiva sembra prevalere, perché il capitalismo con la sua «rivoluzione digitale» ha determinato, scrive Gramiccia, “la più grande rivoluzione passiva di tutti i tempi”: perché grazie ad essa “il capitale pone al proprio servizio la tecnica non solo in termini di produzione, ma anche di sviluppo di forme estremamente raffinate di controllo ed egemonia”.
“Un tecnodispotismo che maschera se stesso, vestendo i panni di una sottocultura degli algoritmi alleata a un capitalismo inferocito come una bestia ferita, perché dilaniato dalle sue interne contraddizioni. Questo nuovo potere, mai così forte ma anche mai così in crisi, ha generato la più grande rivoluzione passiva di tutti i tempi: quella imposta dalla trasformazione digitale e dal cyber-dominio. Ma la fragilità riemerge sempre e può in ogni momento trasformarsi da passiva in ribelle, anche dopo secoli e secoli di oscurità. Questa eventualità non è scontata e non risponde ad alcun determinismo ma esiste ed è l’unica possibile prospettiva reale di riscatto”.
In conclusione, se vogliamo salvarci, facciamo emergere al più presto la fragilità ribelle che è in ognuno di noi!
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