La storia dei fratelli Inzaghi, tra gol, infortuni, “sliding doors”, la maglia azzurra indossata insieme per 11 minuti e la carriera da allenatori, raccontata dal giornalista Francesco Pietrella. Ora si sono ribaltati i ruoli: Pippo insegue Simone, ma non c’è mai stata rivalità
una storia di calcio familiare, che a Piacenza conosciamo bene - ma vale la pena di riassaporare - quella di “Pippo e ‘Mone”, ben raccontata nel libro “Gli Inzaghi-fratelli nel pallone”, il libro di Francesco Pietrella, giovane firma della Gazzetta dello Sport, che ha seguito la Lazio negli anni della gestione di “Inzaghino”. Edito da Diarkos, in quasi quattrocento pagine si passa dalla “Buca” di San Nicolò, il campetto di cemento tra le scuole elementari e medie (senza porte) occupato dai due fratelli giocavano con Marcello Campolonghi e altri coetanei, ai tornei estivi di Ferriere - che Pippo e Simone vincevano a raffica - dove la famiglia Inzaghi trascorreva le estati.
Una storia che ha come protagonisti anche papà Giancarlo e mamma Marina che ancora oggi, come ieri, come sempre, guardano le partite dei figli nell’abitazione di San Nicolò, ma in piani e stanze diverse. Sono loro a raccontare l’amore per il pallone di entrambi i ragazzi di casa: «Non ho mai regalato altro che un pallone», dice Giancarlo ripensando ai Natali di quando i suoi figli, mai fratelli coltelli, erano bambini.
Una passione che ha portato “Pippogol” a segnare 70 reti nelle coppe Europee, a vincere due Champions League (una decisa con una doppietta in finale) e una Coppa del Mondo. Che altro si può vincere nel calcio? L’amore, ma anche l’ossessione per il calcio. Carriere frutto di talento, disciplina, passione ma anche di “sliding doors”: cosa sarebbe successo se uno dei due non avesse scelto un’esperienza rispetto ad un’altra? Sarebbero lo stesso arrivati a giocare in Champions?
Percorsi scanditi anche da strane coincidenze. Pippo segna il 1° gol da professionista al Siena (con il Leffe) e pure il trecentesimo (con i rossoneri). Simone debutta con il Piace nel ’98 e va in rete proprio contro la Lazio, che lo acquisterà per 30 miliardi di euro a fine stagione.
Simone, vissuto all’ombra del maggiore, campione già acclamato, entra nel “calcio che conta”, ma deve dimostrare di valere. L’inizio è promettente: “Fratelli contro” è il dolceamaro finale di stagione del 14 maggio 2000 della famiglia Inzaghi. Pippo perde lo scudetto nell’acquitrino di Perugia, Simone vince il suo unico scudetto laziale.
La famiglia tocca il cielo con un dito quando vestono, insieme, la maglia della Nazionale, per 11 minuti, in un’Italia-Inghilterra. È l’emozione più grande, sono stati esauditi i sogni dell’infanzia, di quando giocavano a calcio in casa, rompendo soprammobili e altro.
Nel libro si sposa una tesi: i due potevano anche giocare insieme. Il grosso rimpianto: Pippo era il 9 classico (tolto Paolo Rossi c’è stato un “9” più di lui?), Simone un 9,5. Né al Milan (Inzaghino ci andò vicino) né in azzurro hanno più vestito la medesima casacca. Da quel momento in poi, Pippo vive stagiono gloriose (con qualche momento di “down” legato ad alcuni infortuni), Simone dopo qualche lampo ha problemi alla schiena che compromettono la carriera. Non riesce a giocare con continuità e “perde” il confronto familiare.
Pippo accumula successi, vive per il gol, è maniacale nel ricordarsi i dettagli di ogni volta. Deve scatenare l’adrenalina, non dorme la notte prima delle partite, perché aspetta il match come un bimbo il giorno di Natale. Shevchenko, ad esempio, la mattina di Manchester vede Pippo correre in uno strano modo in un campo da golf dell’albergo. Stava immaginando i movimenti di attacco, «si gira a vedere se un arbitro invisibile ha fischiato il fuorigioco, si incita, indica una porta immaginaria». E ancora: la notte di Atene, dove la carriera di Superpippo si manifesta in due “gol simbolo”: quello di rapina, la deviazione vincente sulla punizione di Pirlo, e l’imbucata alla difesa del Liverpool, su assist con il contagocce di Kakà, sul filo del fuorigioco. La gelosia e l’invidia non sono sentimenti che provano per l’altro: c’è solo orgoglio per quello che il fratello riesce a fare nel calcio. E nel tempo libero gli Inzaghi si rilassano andando a funghi.
Poi, le carriere da allenatori, perché entrambi lontani dal calcio non riescono a stare. Partono dalle giovanili delle due squadre del cuore, Milan e Lazio, per approdare alla prima squadra. Giovani allenatori in mezzo ai giovani. Pippo si brucia un po’ con il Diavolo, come altri dopo di lui in un non bellissimo momento della recente storia rossonera. In seguito vince la scommessa con il Venezia, ma manca l’occasione di tenere lui in A il Bologna. Poi sigla il record per la B con il Benevento, che la stagione successiva tira il freno a mano ad un passo dalla salvezza, e retrocede.
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